Caso Sannino su Tg3-Rai Toscana

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web: http://www.casosannino.com

“Il principio della responsabilità in solido

il popolo lo conosce sotto forma di proverbio:

tant’è ladro chi ruba che chi para il sacco”.

Don Lorenzo Milani, lettera ai giudici.

Storia del Caso Sannino.

Per tutti i documenti si fa riferimento al sito dei Sannino.

www.casosannino.it

Questa è la storia di Gino Sannino e sua moglie Zionela Belgrave. E’ una storia incredibile di corruzione, frode ed ingiustizia. E’ una storia di due persone, le cui vite sono state sistematicamente distrutte da persone disoneste aiutate da avvocati, pubblici ufficiali e giudici ugualmente disonesti. E’ uno scandalo contro una famiglia comune, perseguitata senza tregua e che rischia di essere annientata. Una realtà che accade qui di fronte ai nostri nasi. Qui in Europa leader mondiale.

Ventuno anni fa Gino Sannino e Zionela Belgrave decisero di realizzare il loro futuro e quello dei loro figli, di 4 e 8 anni, in Italia, investendo quanto avevano per acquisire una proprietà sulle incantevoli colline toscane, in Vicchio del Mugello, Città natale di Giotto e Beato Angelico.

Con grande entusiasmo ed impegno ristrutturarono la vecchia casa, costruirono locali e realizzarono quanto necessario per avviare un’attività di bar, pizzeria e pesca sportiva che chiamarono “Lago Due Torrenti di Sannino Gino”. (qui le foto della proprietà all’inizio, 1983)

La proprietà aumentò notevolmente di valore per le opere e migliorie fatte e anche perché il terreno fu dichiarato edificabile dopo l’approvazione del Piano Regolatore del Comune di Vicchio, che prevedeva la costruzione di un complesso turistico sportivo.

Nel 1987 per realizzare il progetto di edificazione (vedi qui il piano maestro) fu costituita la società “I Due Torrenti Srl” nella quale nel 1988 si associò il Sig. Antonio Tangocci, acquistando il 25%.
Presto Tangocci volle avere più partecipazione nella società, ma non ci fu accordo e, insoddisfatto per la propria condizione di socio minoritario, si rivolse al Tribunale denunciando Gino, che era l’amministratore della società, accusandolo d’irregolarità nell’amministrazione. Sucessivamente, Tangocci perse il 23% perché si rese moroso nei versamenti di capitale, rimanendo con il 2%.
Nel frattempo il Tribunale di Firenze nominò un amministratore giudiziario, il Dr. Roberto Scialdone, assistente del giudice incaricato della procedura Dr. Sebastiano Puliga.
In luogo di compiere il suo dovere legale e salvaguardare gli interessi della società, risultò che l’unico obbiettivo di Scialdone era quello di arricchirsi, abusando della fiducia a lui data dal Tribunale. Per ottenere questo tentò di portare la Due Torrenti al fallimento per costringerla a disfarsi delle sue proprietà.
Per realizzare questo eseguì manovre illegali come:

*

1) falsificare il bilancio, includendo debiti non esistenti a carico della società; (vedi qui alcune delle voci contestate e le prove di falsità)
*

2) Stima inferiore del valore dei beni patrimoniali sociali, falsa perizia (ascolta le dichiarazioni del perito Arch. Massimo Bonechi)
*

3) fatturare alla società suoi onorari di amministratore eccessivamente alti. Per la srl era impossibile pagare questi onorari e conseguentemente Scialdone divenne il maggior creditore della società. La I Due Torrenti aveva una modesta entrata di circa 20 mila euro l’anno e Scialdone, per lo stesso periodo, ne riscosse 50 mila per alcune ore di lavoro alla settimana; (vedi qui, le notule Scialdone e gli incassi della Società. Vedi anche le notule della moglie di Scialdone, da lui incaricata per conto della I Due Torrenti).
*

4) chiudere l’attività commerciale per aggravare ulteriormente la situazione economica.

Intanto il giudice incaricato, Sebastiano Puliga, non mostrò nessun interesse in tutto questo.
Contemporaneamente accadeva che due funzionari del Tribunale di Firenze, i signori Antonio Rinaldi e Angela Catanese, offrirono aiuto a Gino e Zionela dicendo di poter intercedere per loro davanti il giudice Puliga, loro amico. L’intervento dei due funzionari non sarebbe stato a titolo di puro favore, ma volevano che Gino vendesse loro i suoi diritti in un altro procedimento pendente davanti lo stesso giudice Sebastiano Puliga. Gino e Zionela, terrorizzati dall’idea che la liquidazione dei beni della I Due Torrenti, che Scialdone aveva già chiesto al Tribunale, avrebbe comportato la perdita della loro casa e attività commerciale, accettarono la proposta dei due cancellieri. Più tardi vennero a sapere del coinvolgimento dei giudici della causa nella vicenda, in quanto che venne accertato che 40 milioni per comprare i diritti di causa a Gino le diede uno dei giudici nei procedimenti, il dr. Valentino Pezzuti. (doc:Leggi qui un provvedimento che spiega l’intreccio delle due vicende giudiziarie) (doc:Leggi la relazione della Scuadra Mobile sul caso).

Quanto promesso dai cancellieri non successe e la società I Due Torrenti fu posta in stato di liquidazione alla fine del 1992. Il Puliga nominò liquidatore giudiziario il dr. Alessandro Lozzi.
Trascinati dalla crisi provocata e per non perdere tutto, nel 1993 Gino e Zionela dovettero svendere la loro quota sociale (98%) per appena 150.000 euro (contro un valore reale all’epoca di più di un milione di euro), e dovettero anche accettare la condizione di un pagamento in cambiali che il compratore, tale Franco Marcucci, esigeva.
Lozzi, come Scialdone, non mirava affatto a curare gli interessi della Società, ma al contrario si adoperò a fare tutto per far riconfermare lo stato di liquidazione dalla Corte di Appello, alla quale si era rivolta Zionela con ricorso. Per questo, si mise d’accordo con i vari soggetti interessati, Tangocci e Scialdone, Marcucci ed un tale Sandro Boni di Vicchio del Mugello nonché il notaio fiorentino Cudia Ernesto. Quest’ultimo, ingannava Zionela dicendole che un’assemblea, fondamentale per la decisione della Corte, non sarebbe stata tenuta il giorno della convocazione (ascolta qui la conversazione fra il notaio e Zionela) Zionela, rassicurata dalle dichiarazioni del pubblico ufficiale, non andò all’assemblea, che invece fu fatta e data per deserta (vedi qui i relativi documenti). In questo modo la banda ottenne dalla Corte di Appello il provvedimento loro necessario per mantenersi il controllo totale della società, circoscrivendo Zionela di ostacoli e minacce ancora più incisive, fino a farle firmare addirittura la cessione del 98% come se le quote fossero già state pagate.

In questo momento si compie il culmine della frode subita da Gino e Zionela da parte di Antonio e Miranda Tangocci, Sandro Boni, Franco Marcucci e dei pubblici ufficiali Ernesto Cudia, Roberto Scialdone, Alessandro Lozzi e Sebastiano Puliga.

Le cambiali

Ma il pagamento, come dimostrano i documenti, non fu mai effettuato perché il Marcucci, firmatario delle cambiali, che sono ancora insolute ed in possesso dei coniugi Sannino, non era altro che un prestanome di Sandro Boni.

Sandro Boni dice di avere agito in buona fede e che la frode la aveva fatta soltanto il Marcucci. Per questo rifiuta di pagare, anche se Marcucci (oggi defunto) per tutelarsi aveva fatto sottoscrivere a Sandro Boni un contratto che lo impegnava a pagare in sua vece quanto dovuto a Gino e Zionela (leggi qui la clausola del contratto).

Da più di 10 anni Gino e Zionela conducono una battaglia legale che prosegue tutt’ora. Il caso non è andato a giudizio nonostante che i coniugi Sannino abbiano le cambiali protestate in loro possesso e che prove inconfutabili, emergenti da indagini ufficiali confermino quanto loro hanno denunciato (vedi qui le relazioni di polizia). E’ così che dopo dodici anni Gino e Zionela non hanno ottenuto la soluzione del caso.

Il caso fu condotto da giudici e funzionari corrotti, come il dr. Sebastiano Puliga che fu trasferito da Firenze (a Milano) per delitti come concussione, corruzione e associazione per delinquere (leggi qui il provvedimento del CSM) (e qui relazzione della Squadra Mobile) Anche il Lozzi è inquisito per gli stessi delitti, ed è stato in prigione recentemente in ambito alla vicenda del fallimento dell’Hotel Sheraton di Firenze. Lo stesso Lozzi fu scarcerato ma il Tribunale del Riesame fiorentino ordinò nuovamente il suo arresto. (leggi qui il provvedimento del Tribunale del Riesame).

Durante tutto questo tempo, le domande legali di Gino e Zionela non sono state prese in considerazione, mentre quelle contro di loro hanno marciato senza problemi ne ritardi, fino al punto che i Boni hanno potuto avere l’ordine per poter sfrattare Gino Sannino e la sua famiglia dalla loro casa. Questo è potuto accadere in virtù di una sentenza della Corte d’Appello di Firenze che annulla un vecchio atto di uso della casa, la cui validità legale era decaduta, stante che fu sostituito con il contratto di vendita del 98% di quota.

Gino e Zionela erano obbligati a consegnare la casa solo dopo avere riscosso quanto stabilito nel contratto, cosa mai accaduta. (leggi qui il contratto fra Zionela e Marcucci) (e leggi qui il contratto fra il Marcucci e Boni) (leggi qui la frode spiegata dalla Guardia di Finanza) (e qui la frode spiegata dai Carabinieri).

Ma grazie ad avvocati infedeli, corrotti o fratelli massoni, quella fondamentale circostanza non fu trasmessa tempestivamente e correttamente ai magistrati giudicanti. A Gino e Zionela non fu possibile trovare un legale che facesse loro un ricorso alla Suprema Corte, soprattutto perché il fascicolo di causa era “sparito” dalla cancelleria (vedi qui l’attestazione del cancelliere)

Oggi il problema vero, a questo punto, si è rivelato la negazione della magistratura incaricata a promuovere il processo, trovandosi Gino e Zionela davanti un ostacolo per loro insormontabile che solo la magistratura stessa può risolvere ma che, evidentemente, non vuole farlo. A questo punto la domanda sorge espontanea.

Per quale motivo la magistratura italiana non vuole fare questo processo?

A chi si vuole coprire e per chè?

Chi è l’interessato che guida i fili in questa vicenda?.

Col passare degli anni i Boni hanno avuto tutto il tempo per disperdere i beni defraudati alla famiglia Sannino, usando una serie di società di capitale, italiane e straniere, controllate e rappresentate da membri della famiglia Boni di Vicchio del Mugello e di Borgo San Lorenzo.
Andiamo avanti con la storia,

Il 6 ottobre 2004, l’amministratore della società Residenze Toscane Srl, Maurizio Boni (nipote di Sandro Boni), accompagnato dall’ufficiale giudiziario, dal suo avvocato e da carabinieri dei comandi di Vicchio e di Borgo San Lorenzo, si presentarono per sfrattare la famiglia Sannino. Gino, totalmente disperato, si cosparse di benzina e fu sul punto di darsi fuoco. Furono momenti molto tesi e angosciosi perché Gino veramente era disposto a morire prima di accettare l’ingiusto sfratto. Passati alcuni momenti, l’ufficiale giudiziario decise di sospendere lo sfratto trasmettendo in seguito tutto al giudice perché desse istruzioni di come procedere.

Vedi il video dello sfratto: clicca qui.

Due mesi dopo dal primo tentativo di sfratto, il 3 dicembre del 2004, senza sapere che i loro movimenti erano controllati, Gino e Zionela sono andati a Firenze. Approfittando della loro assenza e, dopo avere montato due posti di controllo lungo la strada che porta a casa Sannino, il maresciallo capo dei Carabinieri di Vicchio, seguito dall’ufficiale giudiziario, i Boni Maurizio, Sauro, Sandro e Filippo, diverse persone sconosciute e numerosi carabinieri, in borghese ed altri con il mitra, diverse pattuglie e altri veicoli, invasero della casa della famiglia Sannino Belgrave.

Il figlio, che tranquillamente dormiva in altra ala dell’immobile, fu preso brutalmente e cacciato a forza di casa. I carabinieri non lo lasciarono chiamare subito l’avvocato e fu ammanettato quando insisteva per entrare nella casa per prendere documenti dei suoi genitori. Alla fidanzata, che era presente, non lasciarono telefonare ai genitori per chiedere aiuto e le fu assegnato un carabiniere che vigilava che non si allontanasse.

I Boni e tutta quella gente sconosciuta ebbero abbastanza tempo per mettere mano a documenti importanti di cause pendenti contro gli stessi Boni e negli effetti personali de la famiglia. Svuotarono la casa. Smantellarono la cucina e il riscaldamento, rovistarono e stiparono tutto in sacchi della spazzatura o in scatole in modo che molte cose si ritrovarono rotte o inservibili. Furgoni e macchine andavano e venivano portando tutti gli oggetti personali della famiglia Sannino ad in luogo sconosciuto. Fu soltanto dopo insistere e dopo avere completato lo svuotamento della casa, che ebbero la “considerazione” di informare Gino e Zionela che tale luogo era un magazzino dei Boni a Vicchio e che i custodi dei loro documenti ed effetti personali erano gli stessi Boni. Portarono via persino il furgone di lavoro di Gino con una gru rifiutandosi di informare per quale motivo ne dove. Misero sbarre. Murarono porte e finestre. (vedi qui alqune fotografie)

Il figlio tentò di comunicare con Gino e Zionela, ma per cominciare i carabinieri non gli permisero di usare il telefono. Quando poté farlo telefonò ripetutamente al legale incaricato de la causa, Avv. Stefano Magherini di Borgo San Lorenzo, ma questo riattaccava o semplicemente non rispondeva. Chiamò diverse volte il luogo dove Gino e Zio erano andati e fu risposto o semplicemente lo facevano aspettare senza trasferire la telefonata a qualcuno che potesse rispondere. Finalmente, permisero al figlio di parlare con un ufficiale il quale in seguito fece in modo che Gino e Zionela fossero informati di ciò che stava accadendo.

Gino e Zionela cercarono subito di arrivare alla casa, ma non ci arrivarono perchè una pattuglia di carabinieri li bloccò, impedendogli di allontanarsi in modo di non fargli vedere il crimine che si stava commettendo nella loro abitazione. Sul posto arrivarono una vicina della famiglia sfrattata e il Sindaco di Vicchio che furono testimoni di quanto accaduto e delle modalità usate. L’ufficiale giudiziario responsabile dell’operazione effettuata non informò di niente i coniugi Sannino. L’ufficiale giudiziario permise soltanto che Zionela leggesse una parte dell’ordinanza del giudice della che imponeva che l’operazione dovesse essere effettuata senza dare avviso a nessuno dei due coniugi.

Gino e Zionela non hanno avuto un nessun documento ufficiale, vuoi l’elenco dei loro effetti personali e neanche la copia dell’ordine di sfratto.

Questa è stata un’operazione più idonea per un criminale pericoloso, un fuggitivo o un terrorista che per due cittadini comuni. I due coniugi mai si sarebbero immaginati che il potere dei Boni potesse arrivare a coinvolgere a tal punto pubblici ufficiali di vari livelli, cominciando per dal giudice che dette il via libero per procedere in tal modo, l’ufficiale giudiziario, il maresciallo capo e i semplici carabinieri. Tutte queste autorità acconsentirono ad ogni modo che lo sfratto avvenisse con tanto vandalismo. Il potere dei Boni è ovviamente più grande di quello dei diritti costituzionali fondamentali delle persone.

Tutto questo accade ad una famiglia che ha solo cercato di far valere i propri diritti per poter conservare gli unici beni che possiede.

Ancora impotenti e confusi Gino Sannino e la sua famiglia si domandano com’è possibile che in un paese civilizzato del ovest europeo si permetta che ci sia tanta ingiustizia per tanti anni e come sia possibile che i suoi diritti legali e fondamentali siano violati così palesemente e con tanta furia? Perchè tanta intimidazione e persecuzione durante tanto tempo?. Solo perchè non lasciarono al gruppo Boni e complici rubare la loro proprietà in pace?

Continua……..

Per tutti i documenti si fa riferimento al sito dei Sannino.

www.casosannino.com

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~ di Andrea Tj su marzo 2, 2008.

2 Risposte to “Caso Sannino su Tg3-Rai Toscana”

  1. RINVIATO A GIUDIZIO PER IL FURTO DI 3 CALZINI, 18 MESI D’INCHIESTA:

    Dopo 18 mesi d’indagine Il PM Luca Turco della Procura di Firenze ha chiesto e ottenuto il rinvio a giudizio di un uomo che aveva rubato 3 paia di calzini in un negozio.

    “ “ E’ ASSURDO, lo so io per primo –dice il PM Turco-

    MA CHE ALTRO POSSO FARE?

    ABBIAMO L’OBBLIGATORIETA’ DELL’AZIONE PENALE E IL CODICE CI OBBLIGA A SEGUIRE LA STESSA PROCEDURA SIA PER UN OMICIDIO SIA PER UNA STUPIDAGGINE COME QUESTA “ “

    E NOI CHIEDIAMO ALLA PROCURA DI FIRENZE:

    PERCHÈ DOPO LA INDAGINE DEI CARABINIERI SUI BONI CONFERMATIVA DEI REATI DI RICICLAGGIO E RICETTAZIONE NON DI 3 CALZINI MA DEL COMPLESSO IMMOBILIARE DEI SANNINO, NON SI È PROMOSSA L’AZIONE PENALE?

    PERCHÈ INVECE GINO SANNINO È STATO RINVIATO A GIUDIZIO PER L’OCCUPAZIONE DELL’IMMOBILE USURPATO DAI BONI?

    PERCHÈ PER LA INDAGINE DELLA GUARDIA DI FINANZA E DEI CARABINIERI CONFERMATIVE DI GRAVISSIMI REATI COMMESSI DA SCIALDONE, LOZZI, CUDIA, BONI E COMPLICI È STATA CHIESTA L’ARCHIVIAZIONE?

    articolo completo in http://www.casosannino.com

  2. Incredibile…eppure il tribunale di Firenze controlla il tribunale di Perugia che controllo il tribunale di Roma….che dire siamo il paese delle camorre

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